Edda Poetica

 

VOLUSPA la profezia della veggente

 

EDDA POETICA

La Profezia della Veggente

Traduzione italiana di Dario Giansanti da Bifrost.it

 

Richiesta di ascolto

Ascolto io chiedo a tutte
le sacre stirpi,
maggiori e minori
figli di Heimdallr.
Tu vuoi che io, o Valföðr,
compiutamente narri
le antiche storie degli uomini
quelle che prima ricordo.

Ricordo i giganti
nati in principio,
quelli che un tempo
mi generarono.
Nove mondi ricordo
nove sostegni
e l'albero misuratore, eccelso,
che penetra la terra.

Al principio era il tempo:
Ymir vi dimorava;
non c'era sabbia né mare
né gelide onde;
terra non si distingueva
né cielo in alto:
il baratro era spalancato
e in nessun luogo erba.

 

La creazione del mondo

Finché i figli di Borr
trassero su le terre,
loro che Miðgarðr
vasta formarono.
Splendette da sud il sole
sulle pareti di pietra;
allora si ricoprì il suolo
di germogli verdi.

Con forza da sud il sole,
compagno della luna,
stese la mano destra
verso l'orlo del cielo;
il sole non sapeva
dov'era la sua corte,
le stelle non sapevano
dov'era la loro dimora,
la luna non sapeva
qual era il suo potere.

Andarono allora gli dèi tutti
ai troni del giudizio,
divinità santissime
e su questo deliberarono:
alla notte e alle fasi lunari
nome imposero;
al mattino dettero un nome
e al mezzogiorno,
al pomeriggio e alla sera
per contare gli anni.

 

L'età dell'oro

Convennero gli Æsir
in Iðavöllr,
loro che altari e templi
alti innalzarono;
focolari accesero,
crearono ricchezze,
tenaglie fabbricarono,
ingegnarono utensili.

Nel cortile giocavano a scacchi;
erano ricchi:
non sentivano affatto
mancanza d'oro.
Fino a quando tre giunsero,
fanciulle di giganti
oltremisura possenti,
da Jötunheimr.

 

La creazione dei nani

Andarono allora gli dèi tutti
ai troni del giudizio,
divinità santissime
e su questo deliberarono:
chi dovesse dei nani
le schiere foggiare
dal sangue di Brimir
e dagli ossi di Bláinn.

Là Móðsognir era
il più eccellente
fra tutti i nani
e Durinn era secondo.
Là, d'aspetto umano,
molti furono fatti,
nani dalla terra;
come Duri.

 

La creazione degli uomini

Finalmente tre vennero
da quella stirpe,
potenti e belli,
æsir, a casa.
Trovarono in terra,
senza forze,
Askr ed Embla,
privi di destino.

Non possedevano respiro
né avevano anima,
non calore vitale, non gesti
né colorito.
Il respiro dette Óðinn,
l'anima dette Hœnir,
il calore vitale dette Lóðurr
e il colorito.

So che un frassino s'erge
Yggdrasill lo chiamano,
alto tronco lambito
d'acqua bianca di argilla.
Di là vengono le rugiade
che piovono nelle valli.
Sempre s'erge verde
su Urðarbrunnr.

Da quel luogo vengono fanciulle
di molta saggezza,
tre, da quelle acque
che sotto l'albero si stendono.
Ha nome Urðr la prima,
Verðandi l'altra
(sopra una tavola incidono rune),
Skuld quella ch'è terza.
Queste decidono la legge,
queste scelgono la vita
per i viventi nati,
le sorti degli uomini.

 

Gullveig

Lei ricorda lo scontro
primo nel mondo,
quando Gullveig
urtarono con lance
e nelle sale di Hár
le dettero fuoco:
tre volte l'arsero,
tre volte rinacque,
e altre tre volte,
ma è ancora in vita!

«Splendente» le misero nome:
dovunque venisse nelle case
indovina esperta in profezie,
dava potere alle magiche verghe;
incantò, dovunque poteva,
incantò i sensi,
sempre era la delizia
di spose malvagie.

 

La guerra degli dèi

Andarono allora gli dèi tutti
ai troni del giudizio,
divinità santissime
e su questo deliberarono:
se avessero dovuto gli Æsir
un tributo pagare
o avessero gli dèi tutti
diritto a un compenso.

Levava la lancia Óðinn
e la scagliava nella mischia:
quella fu la battaglia
prima nel mondo;
infranto il riparo di legno
della città degli Æsir
minacciosi poterono i Vanir
porre il piede in campo

Andarono allora gli dèi tutti
ai troni del giudizio
divinità santissime
e su questo deliberarono:
chi avesse nell'aria
immesso il male
e alla progenie dei giganti
dato la compagna di Óðr.

Là solo Þórr si levò
gonfio di furore:
non indugiò un istante
quando seppe tali fatti.
Ruppero i giuramenti,
le parole e i sacri voti,
ogni possente patto
che fra loro avevano stretto.

 

La fonte della sapienza

Sa lei di Heimdallr
il fragore celato
sotto il sacro albero
avvezzo all'aria tersa del cielo.
Su quello ella vede riversarsi
uno scrosciare d'acque argillose
dal pegno pagato da Valföðr.
Che altro tu sai?

 

Óðinn e la Veggente

Sola sedeva di fuori
quando il vecchio giunse
Yggjungr degli Æsir
e la fissò negli occhi.
«Che cosa mi chiedete?
Perché mi mettete alla prova?
Tutto io so, Óðinn,
dove tu nascondesti l'occhio
nella famosa
Mímisbrunnr!»
Mímir beve idromele
ogni mattino
dal pegno pagato da Valföðr.
Che altro tu sai?

Per lei Herföðr scelse
anelli e collane,
sagge parole di ricchezza
e la verga della profezia:
vede lontano, lei, e oltre,
in ogni mondo.

 

Le Valchirie

Vide, lei, le Valkyrjur
venire da lontano,
pronte a cavalcare
verso il popolo dei Goti.
Skuld teneva lo scudo,
seconda era Skögul,
Gunnr, Hildr, Göndul
e Geirskögul.
Ora ho elencato
le fanciulle di Herjan,
pronte a cavalcare
la terra, le Valkyrjur.

 

L'uccisione di Baldr

Io vidi per Baldr
un sacrificio di sangue;
per il figlio di Óðinn
il celato destino.
Ritto cresceva
alto sui campi
esile e molto bello
un ramoscello di vischio.

Venne su da quel ramo
che esile mi parve
un terribile dardo di dolore.
Höðr lo scagliò.
Era il fratello di Baldr
nato precocemente;
il figlio di Óðinn
vecchio di una notte combatté

Non lavò mai le mani
né si pettinò il capo
finché non trascinò sul rogo
il nemico di Baldr.
Ma Frigg pianse
in Fensalir
il dolore di Valhöll.
Che altro tu sai?

[E Váli poterono legare
con ceppi di battaglia.
Molto vennero stretti
i lacci di budello.]

Legato lei vede giacere
sotto il bosco di Hveralund
l'infausta figura
simile a Loki.
Là siede Sigyn
presso il suo sposo
per nulla entusiasta
Che altro tu sai?

 

Visione degli inferi

Scroscia un fiume da oriente
per valli di gelido veleno,
con daghe e con spade,
Slíðr è chiamato.

Sta verso nord
nelle Niðavellir
la corte d'oro
della stirpe di Sindri;
ma una seconda si trova
in Ókólnir
sala da birra del gigante
che è chiamato Brimir.

Una sala lei vide
lontana dal sole
in Nástrandir,
le porte rivolte a nord.
Gocce di veleno piovono
attraverso il buco del tetto:
questa sala è un intreccio
di dorsi di serpenti.

Vide lei in quel luogo guadare
difficili correnti
uomini spergiuri
ed assassini
e chi seduce di un altro
la consorte.
Là succhia Níðhöggr
i corpi dei morti,
il lupo strazia gli uomini.
Che altro tu sai?

 

La stirpe dei lupi

La vecchia siede ad oriente
in Járnviðr
e laggiù nutre
la stirpe di Fenrir
Di tutti quelli
uno solo si fa
divoratore della luna
in forma di troll.

Si nutre della vita
degli uomini destinati a morire,
arrossa le case degli dèi
con sangue scarlatto.
Si oscura la luce del sole
nelle prossime estati,
verranno tempi di tradimento.
Che altro tu sai?

 

Tre galli annunciano il ragnarök

Là siede sul colle
e suona l'arpa
il custode della gigantessa
il lieto Eggþér.
Canta vicino a lui
nel bosco degli uccelli
un gallo rosso splendente
che Fjalarr è chiamato.

Canta tra gli Æsir
Gullinkambi,
gli eroi ridesta
nella dimora di Herjaföðr.
Ma un altro ancora canta
giù sotto terra,
gallo rosso fuliggine
nelle sale di Hel.

Feroce latra Garmr
dinanzi a Gnipahellir:
i lacci si spezzeranno
e il lupo correrà.
Molte scienze ella conosce:
da lontano scorgo
il destino degli dèi,
possenti divinità di vittoria.

 

Gli ultimi giorni

Si colpiranno i fratelli
e l'un l'altro si daranno la morte;
i cugini spezzeranno
i legami di parentela;
crudo è il mondo,
grande l'adulterio.
Tempo d'asce, tempo di spade,
gli scudi si fenderanno,
tempo di venti, tempo di lupi,
prima che il mondo crolli.
Neppure un uomo
un altro ne risparmierà.

 

Il richiamo del corno

S'agitano i figli di Mímir;
si compie il destino
al suono del possente
Gjallarhorn.
Forte soffia Heimdallr
nel corno che sporge,
mormora Óðinn
con la testa di Mímir.

Trema Yggdrasill
il frassino eretto,
scricchiola l'albero antico
quando si scioglie il gigante.
Tutti temono
sulla strada degli inferi,
che la stirpe di Surtr
li inghiotta.

Cosa incombe sugli Æsir?
Cosa incombe sugli elfi?
Risuona tutto Jötunheimr,
gli dèi sono a consiglio.
Gemono i nani
dinanzi alle porte di pietra,
esperti di rocce scoscese.
Che altro tu sai?

Feroce latra Garmr
dinanzi a Gnipahellir:
i lacci si spezzeranno
e il lupo correrà.
Molte scienze ella conosce:
da lontano scorgo
il destino degli dèi,
possenti divinità di vittoria.

L'attacco dei giganti

Da oriente viene Hrymr,
regge lo scudo innanzi.
Si attorce Jörmungandr
nella furia dei giganti.
Il serpente flagella le onde,
mentre l'aquila stride.
Strazia i cadaveri, livida.
Naglfar salpa.

Una chiglia avanza da est:
verranno di Múspell
sul mare le schiere,
e Loki tiene il timone.
Avanza l'armata dei mostri
e il lupo è in testa.
e con loro è il fratello
di Býleistr che avanza.

Surtr viene da sud
col veleno dei rami.
Il sole splende
sulla spada degli dèi guerrieri.
Le rocce si fendono,
si accasciano gigantesse:
gli uomini prendono la via degli inferi,
il cielo si schianta.

 

Il crepuscolo degli dèi

Ecco viene a Hlín
un altro dolore,
quando Óðinn viene
a combattere col lupo,
e l'uccisore di Beli
splendente contro Surtr;
allora di Frigg
la gioia cadrà.

Feroce latra Garmr
dinanzi a Gnipahellir:
i lacci si spezzeranno
e il lupo correrà.

Ecco viene il grande
figlio di Sigföðr,
Víðarr a combattere
quel mangiatore di cadaveri;
ed egli al figlio di Hveðrungr
con entrambe le mani la spada
conficca fino al cuore.
Così il padre è vendicato.

Ecco viene il famoso
figlio di Hlóðyn,
s'avanza il figlio di Óðinn
a contrastare il serpente.
Con ira lui colpisce
il difensore di Miðgarðr.
Gli uomini tutti
sgombreranno il mondo.
Nove passi indietreggia
il figlio di Fjörgyn,
muore lontano dal serpe
che disonore non teme.

 

La fine del mondo

Il sole si oscura
la terra sprofonda nel mare,
scompaiono dal cielo
le stelle lucenti.
Sibila il vapore
con quel che alimenta la vita,
alta gioca la vampa
col cielo stesso.

Feroce latra Garmr
dinanzi a Gnipahellir:
i lacci si spezzeranno
e il lupo correrà.
Molte scienze ella conosce:
da lontano scorgo
il destino degli dèi,
possenti divinità di vittoria

 

Rinascita del mondo: la nuova età dell'oro

Affiorare lei vede
ancora una volta
la terra dal mare
di nuovo verde.
Cadono le cascate,
vola alta l'aquila,
lei che dai monti
cattura i pesci.

Si ritrovano gli Æsir
in Iðavöllr,
e del serpente intorno al mondo
possente, ragionano,
[e rammentano là
le grandi imprese,]
e di Fimbultýr
le antiche rune.

Lì di nuovo
meravigliose
le scacchiere d'oro
si ritroveranno nell'erba.
Eran quelle che anticamente
avevano posseduto.

Cresceranno non seminati
i campi;
ogni male guarirà,
farà ritorno Baldr.
Abiteranno Höðr e Baldr
le vittoriose rovine di Hroptr,
felici dèi guerrieri.
Che altro tu sai?

Allora Hœnir
l'aspersorio sceglierà,
e i figli abiteranno
dei due fratelli
l'ampio mondo del vento.
Che altro tu sai?

Vede lei una corte levarsi
del sole più bella,
d'oro ricoperta,
in Gimlé.
Lì abiteranno
schiere di valorosi
ed eternamente
gioiranno felici.

 

Il giudizio finale

Allora viene il potente
al suo regno,
il forte dall'alto
che tutto governa.

E viene di tenebra,
il drago che vola,
il serpe scintillante
dai monti Niðafjöll.
Porta tra le sue ali,
sulla pianura vola,
Níðhöggr, i morti.

Ora lei si inabissa.

 

HAVAMAL
[Dissertazione sulle rune]

Lo so io, fui appeso
al tronco sferzato dal vento
per nove intere notti,
ferito di lancia
e consegnato a Óðinn,
io stesso a me stesso,
su quell'albero
che nessuno sa
dove dalle radici s'innalzi.

Con pane non mi saziarono
né con corni [mi dissetarono].
Guardai in basso,
feci salire le rune,
chiamandole lo feci,
e caddi di là.

Nove terribili incantesimi
ricevetti dall'illustre figlio
di Bölþorn, padre di Bestla,
e un sorso ottenni
del prezioso idromele
attinto da Óðrørir.

Ecco io presi a fiorire
e diventai saggio,
a crescere e farmi possente.
Parola per me da parola
trassi con la parola,
opera per me da opera
trassi con l'opera.

Rune tu troverai
lettere chiare,
lettere grandi,
lettere possenti,
che dipinse il terribile vate,
che crearono i supremi numi,
che incise Hroptr degli dèi.

Óðinn tra gli Æsir,
ma per gli elfi Dáinn,
Dvalinn innanzi ai nani,
Ásviðr innanzi ai giganti,
io stesso ne ho incisa qualcuna.

Tu sai come incidere?
Tu sai come interpretare?
Tu sai come dipingere?
Tu sai come provare?
Tu sai come invocare?
Tu sai come sacrificare?
Tu sai come mandare?
Tu sai come immolare?

È meglio non essere invocato
che [ricevere] troppi sacrifici:
un dono è sempre per un compenso.
È meglio essere senza offerte
che [ricevere] troppe immolazioni.
Così Þundr incise
prima della storia dei popoli;
poi egli si levò su
da dove era venuto.

 

RUNATAL
[Dissertazione sui canti magici]

Conosco incantesimi
che non conosce sposa di sovrano
né figlio d'uomo.
«Aiuto» si chiama il primo
ed a te darà aiuto
contro liti e angosce
e ogni tristezza.

Questo conosco per secondo:
di cosa necessitano i figli degli uomini,
se vogliono vivere da guaritori.

Questo conosco per terzo:
se ho grande urgenza
di incatenare i miei nemici,
io spunto le lame
dei miei avversari:
non mordono più armi né bastoni.

Questo conosco per quarto:
se uomini impongono
ceppi alle mie membra,
così io canto
che me ne possa andare:
la catena salta via dai piedi
e dalle mani il laccio.

Questo conosco per quinto:
se io vedo scagliata dal nemico
la lancia volare nella mischia,
non vola quella con tale impeto
ch'io non possa fermarla
se solo la intercetti con lo sguardo.

Questo conosco per sesto:
se un guerriero mi ferisce
con radici di un albero verdeggiante,
quell'uomo
evoca da me furore:
ché il male divori lui e non me.

Questo conosco per settimo:
se vedo avvampare l'alta
sala intorno ai miei compagni di panca,
non brucia [quella] con tale ardore
ch'io non possa salvarla
con l'incantesimo che conosco, a cantarlo.

Questo conosco per ottavo,
che per tutti
è da cogliere con profitto:
dovunque sorge l'odio
tra i figli del sovrano.
questo subito io posso acquietare.

Questo conosco per nono,
se mi trovo in difficoltà
per salvare la mia nave sui flutti,
il vento io calmo
sulle onde
e addormento tutto il mare.

Questo conosco per decimo,
se io vedo «cavalcatrici dei recinti»
giocare nell'aria,
io posso fare in modo
che esse smarriscano il ritorno
ai loro corpi a casa,
ai loro spiriti a casa.

Questo conosco per undicesimo:
se io devo in battaglia
condurre vecchi amici.
sotto gli scudi io canto
ed essi vanno vittoriosi
salvi alla mischia,
salvi dalla mischia:
dovunque salvi giungono.

Questo conosco per dodicesimo:
se io vedo su un albero in alto
un impiccato oscillare,
in tal modo incido
e in rune dipingo
così che quell'uomo cammini
e parli con me.

Questo conosco per tredicesimo:
se io un giovane guerriero
spruzzerò d'acqua,
egli non cadrà,
anche se venga nelle schiere:
non morirà quell'uomo di spada.

Questo conosco per quattordicesimo:
se io devo alle genti umane
enumerare prima gli dèi,
degli Æsir e degli elfi,
conosco l'ordine di tutti;
gli insavi non sanno così tanto.

Questo conosco per quindicesimo:
quel che cantò Þjóðrœrir
il nano, dinanzi alle porte di Dellingr.
Cantò potenza agli Æsir
e agli elfi coraggio,
saggezza a Hroptatýr.

Questo conosco per sedicesimo:
se io voglia d'una accorta fanciulla
avere tutto il sentimento e il piacere,
l'animo io piego
della donna dalle candide braccia,
e distorco ogni suo pensiero.

Questo conosco per diciassettesimo:
che mai mi eviterà
la giovane fanciulla.
Di questi incantesimi
potrai tu, Loddfáfnir,
fare a lungo a meno;
tuttavia bene verrà a te se li accogli,
beneficio se li accetti,
giovamento se li ricevi.

Questo conosco per diciottesimo:
ciò che io mai insegnerò
a fanciulla né a sposa
(tutto è meglio
quando uno solo sa,
così arrivo alla fine dei miei detti),
se non, unica, a colei
che col braccio mi cinge
o è a me sorella.

Ora ecco i canti di Hár
pronunciati nella sala di Hár,
molto utili ai figli degli uomini,
inutili ai figli dei giganti.
salute sia a chi li disse!
salute sia a chi li conosce!
utili siano a chi li ha appresi!
salute, a coloro che li ascoltarono!

Il materiale pubblicato su queste pagine è stato preso dal libro "Runemal, il Grande Libro delle Rune" pubblicato con la casa editrice L'Età dell'Acquario.
 

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